Nessuno tocchi Cremlino: la cultura espansionistica attraverso le banche

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David Scott, "Cain Degraded (Remorse)", 1831. Particolare - WikiArt
David Scott, "Cain Degraded (Remorse)", 1831. Particolare - WikiArt

Il 24 febbraio 2022 tutto il mondo ha osservato, attraverso il main stream, gli effetti dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. L’anno zero viene picchettato nel pensiero unico tralasciando volontariamente le cause che ne hanno scatenato gli effetti devastanti. Le guerre vanno condannate sempre, tutte, anche quelle che, sventolando la bandiera della pace, si ritiene di poter giustificare in nome della democrazia. A tal proposito, l’atto “primo” dell’attuale situazione in Ucraina risale a molto tempo fa, a diversi lustri prima che lo schermo decidesse di votarsi alla narrazione degli effetti, disinteressandosi deliberatamente delle cause.

La terza rivoluzione industriale (1970) ha segnato il necrologio della democrazia attraverso la propaganda. Il ventennio dal 1970 al 1990 ha preparato il terreno, favorendo la crescita, lo sviluppo e l’espansione, anche politica, della cultura occidentale attraverso la globalizzazione.

Il “gong” dell’espansione culturale, economica e sociale verso Est, ha risuonato in tutta Europa il 9 novembre del 1989 con la caduta del Muro di Berlino, che portò alla riunificazione tedesca tra Germania Est e Germania Ovest. L’allora presidente francese François Mitterrand, per i timori di una Germania forte e militarizzata, si fece promotore per accelerare il processo del Trattato di Maastricht, sancendo definitivamente la nascita dell’Unione europea e assicurando l’integrazione necessaria della Germania. Ogni colpo, lento e cadenzato, ha demolito definitivamente, oltre il Muro di Berlino, anche l’Unione Sovietica.

Convenzionalmente si fa coincidere con questo evento anche la fine della Guerra fredda, ma in realtà fu una banca a mettere il punto a una crisi durata mezzo secolo, la BERS. La Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (nell’acronimo inglese EBRD) è stata fondata a Parigi il 15 gennaio del 1990 (due mesi dopo la caduta del muro di Berlino) e legalmente registrata presso la sede centrale di Londra. Fra i 42 Stati membri co-fondatori si annovera la presenza anche di due soggetti internazionali, l’attuale Unione europea e la BEI (Banca europea per gli investimenti). Ogni Stato membro partecipa al capitale sociale, nello specifico l’Italia partecipa per l’8,52% alla BERS e per il 16,1% alla BEI.

Il fondatore e primo presidente fu Jacques Attali. Definito “l’eminenza grigia” del presidente francese François Mitterrand, fu nominato “consigliere speciale” (1981–1994) per poi continuare ad orbitare attorno all’Eliseo fino ad oggi, collezionando altre nomine sia con l’ex presidente Nicolas Sarkozy che con l’attuale, “il figlioccio” Emmanuel Macron. Lo scopo di questa banca è di finanziare, anche con partecipazione e acquisizione azionaria, i Paesi dell’Europa orientale e dell’Asia centrale (compresa la Russia) con l’obbiettivo di minare il monopolio statale in favore della privatizzazione e della delocalizzazione. I maggiori azionisti della banca sono gli Stati Uniti, con una quota capitale pari al 10%, mentre i maggiori investimenti sono avvenuti in Ucraina, per una spesa a doppia cifra in miliardi di euro.

Parte del riconoscimento per la fine della Guerra fredda verrà attribuito anche all’ex presidente russo Michail Gorbaciov, premio Nobel per la pace (1990), il quale attraverso alcune riforme importanti mise in atto una politica economia meglio conosciuta con il termine “Perestrojka”. L’anno successivo il premio si rivelò essere stato il “foglio di via”: il giorno di Natale si dimise e a Santo Stefano l’URSS si sciolse definitivamente. Il reggente Boris Eltsin rimarrà in carica fino al 1999. Durante il suo mandato la BERS investì in Russia poco meno di 3 miliardi di ECU (European Currency Unit) per un totale di 87 operazioni finanziarie, con circa l’80% degli investimenti destinato al settore privato. Potremmo quindi definire gli inizi degli anni ’90 come segnati dalla volontà di voltare pagina rispetto alla netta contrapposizione del mondo in blocchi ideologici, camuffando da “collaborazione internazionale” la globalizzazione economica, sociale ed espansionistica.

Superata la psicosi generale del mondo informatizzato inerente il Millennium bug, il ventesimo secolo termina sotto i buoni auspici dell’Assemblea generale dell’ONU, proclamando la cultura della pace e della “non-violenza”. Durante gli anni ’90 sotto la “false flag of the democracy” gli Stati Uniti d’America parteciparono come “miglior attore protagonista” a tutte le guerre di quel decennio. Dopo la prima guerra del Golfo sotto l’egida dell’ONU, seguì la guerra in Bosnia ed Erzegovina, con particolare menzione all’assedio di Sarajevo e ai bombardamenti di Belgrado in Serbia sotto l’operazione Allied Force, per poi chiudere in bellezza con la guerra in Kosovo. I buoni auspici dell’Assemblea generale dell’ONU rimasero tali, perché sempre gli USA recitarono in Afghanistan nel 2001, in Iraq (seconda guerra del Golfo) nel 2003 e, infine, in Libia con la missione Odyssey Dawn nel 2011. Col senno di poi, si può affermare che la democrazia occidentale made in USA fallì miseramente prima in Vietnam, poi in Iraq e, ancora, in Afghanistan.

Se dapprima si prepara il terreno e poi si semina, alla fine del 1990 il raccolto dà i suoi frutti, apparendo sotto forma di Imperialismo occidentale. Il sapore amaro scatena intense manifestazioni di piazza facendo fallire il vertice WTO (World Trade Organization-Organizzazione mondiale del commercio) e dando vita ai no-global, conosciuti come il “popolo di Seattle”. Il 2000 sancisce l’ingresso nella WTO della Cina, successivamente riconosciuta, a distanza di un decennio, come potenza mondiale.

L’espansione della cultura e della propaganda occidentale nel 2004 inflisse un duro colpo alla Russia con l’annessione di Lituania, Lettonia ed Estonia (ex Stati sovietici) e della Polonia come Stati membri della NATO e dell’Unione europea. Quel passo verso Est covò un decennio di fuoco sotto cenere culminando nella “rivoluzione arancione” in Ucraina (2014) e destando preoccupazione alla Russia per i forti investimenti proprio in Ucraina da parte dell’FMI (Fondo Monetario Internazionale) e degli Stati Uniti attraverso fondi statali e fondi della BERS.

Ad oggi la Banca europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo ha investito in Ucraina circa 16 miliardi di euro per un totale di 511 progetti. La BEI iniziò ad investire dal 2007 realizzando finora 54 progetti per una spesa totale di 8 miliardi di euro. L’Ucraina è la nazione che ha ricevuto più finanziamenti dell’intero panorama orientale, dimostrando il forte interesse degli Stati membri e degli Stati Uniti ad essere presenti in tale Paese. Se politicamente l’Ucraina non è stata assorbita dall’Unione europea e dalla NATO, si può asserire che ha comunque subito una forte colonizzazione economica, grimaldello per provare ad abbattere l’ultimo baluardo dell’ex Unione Sovietica.

Il mancato raggiungimento dell’obiettivo, sembra essere anticipato in una intervista rilasciata nel 2018 al settimanale Panorama, dal fondatore della BERS Jacques Attali, non lasciando adito ad interpretazioni diverse in merito alla situazione politica europea e puntando il dito direttamente contro la classe dirigente. Nello specifico, Attali ritiene che la politica espansionistica occidentale possa vantarsi della vittoria della globalizzazione economica, ma abbia invece fallito il traguardo della globalizzazione delle regole democratiche, facendo aumentare il fenomeno del populismo. In un contesto internazionale, sbirciando a sud dell’Europa e in particolare in Italia, la situazione non sembra essere molto diversa da quella descritta da Attali. Secondo quest’ultimo, infatti, la soluzione a un simile “inconveniente” potrebbe essere la riforma e il rafforzamento delle istituzioni europee oppure, quale ipotesi più remota, il ritorno ad una più marcata sovranità degli Stati nazionali. Invero, in tale direzione, un primo segnale di cedimento lo ha dato l’Inghilterra attuando la “Brexit” definitivamente nel 2020. Adesso, guardando a posteriori, l’avanzata dell’espansionismo occidentale non sembra essere arretrata. Le sanzioni applicate alla Russia dalla Comunità europea e dagli Stati Uniti hanno un effetto boomerang sull’Europa intera, favorendo il rafforzamento di accordi commerciali ed economici con i “Bulls a stelle e strisce” e riportando gli Stati europei nel solco della colonizzazione iniziato con lo sbarco in Sicilia nel 1943.

Le attuali vicende politiche internazionali hanno rimesso davanti ai nostri occhi la cruda realtà: abbiamo smesso di essere attori protagonisti della nostra storia, delegando consapevolmente la scrittura del libro bianco della vita ad una controfigura, il sistema, che scrive la storia a proprio uso e consumo. Screditare la rilevanza storica e sociale dell’ultimo trentennio è, altresì, ostinazione ipocrita di chi sceglie di narrare gli effetti e non le cause.

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